Come architetto ma anche come uomo sento di dover introdurre un argomento difficile, senza dimenticare mai le persone che hanno subito queste tragedie con la perdita della loro vita o di quel che hanno a fatica costruito,  e cioè che la tragicità di tali cataclismi non ci deve far perdere il fervore della ricostruzione dal punto di vista urbanistico e architettonico, come un obiettivo da raggiungere in termini di pianificazione e creatività, come un’opportunità di trasformazione. Oggi sembra tutto d’un tratto che non ci sia voglia di sperimentare restando nell’immobilità senza raccogliere le sfide che gli eventi ci impongono.

Perché tre sono le scelte possibili per una ricostruzione post sismica: Costruire “dov’era com’era” (scelta fatta oltre cent’anni fa a Venezia quando si sbriciolò il Campanile di San Marco), costruire “dov’era ma non com’era”, oppure costruire una nuova città in uno spazio diverso e che della vecchia conservi solo abitanti e nome, una New Town insomma come è per esempio anche Noto, città siciliana che visse il terribile terremoto del 1693 e la cui ricostruzione venne fatta più a valle, con le caratteristiche di città barocca che l’hanno resa celebre in tutto il mondo e che nel 2002 sono divenuti patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

La domanda finale è: nell’appiattimento globale della nostra epoca riusciremo a riprendere la capacità, la volontà di lasciare una nostra traccia al futuro?

 

Categories: Uncategorized

Leave a Reply